Sicilia On The Road - Capitolo 6 - Noto, la perla

Dopo quella fantastica mezza giornata di mare a Fontane Bianche, arrivammo a Noto. 

Raggiunto il b&b ci trovammo davanti un alto e spesso portone in legno a due ante, suonammo e ci venne ad aprire un sorridente signorotto dalla stazza importante, mani tozze, doppio mento, capelli brizzolati, immaginate lo chef Gennaro Esposito, ma con qualche anno in più. Solo a vederlo ci ispirava simpatia e bontà. 

Sbrigate le incombenze burocratiche, ci portò a visitare il giardino, un piccolo angolo di paradiso racchiuso da alte mura.  La terra era stata ricoperta da sassi bianchi, gli alberi di limone ombreggiavano i tavoli sparsi, i fiori donavano un accento di colore a tutto. 

Ci spiegò che il giardino sarebbe stato sempre a nostra disposizione, a qualsiasi ora, l’importante era rispettare gli altri ospiti facendo silenzio. Era in quel luogo incantato che avrebbero servito la colazione. Ci precisò che lui aveva voluto mantenere il buffet (contrariamente a quanto fatto dai sui colleghi di Messina e Catania), assumendo una ragazza dedicata a quella funzione. 
Già mi vedevo la sera, in quel giardino, con il profumo dei limoni, le stelle, il mio sigaro e la pace. 
Ci accompagnò infine alla nostra camera. Tutte le stanze avevano un accesso privato che dava o sul giardino o sulla strada. Prima di congedarsi ci disse: “Domani a che ora pensate di fare colazione? Così magari vi faccio fare il giro della mia casa, vi faccio vedere delle cose, non so, se avete curiosità o vi serve qualche consiglio me lo dite e vediamo come posso aiutarvi. Ci facciamo una bella chiacchierata davanti a un caffè, insomma.”
Avevamo scambiato con lui poche parole, ma ci emanava vibrazioni positive, era posato e cordiale, senza eccedere in modo stucchevole e finto o in maniera troppo persistente e forzata. Sembrava proprio una brava persona che infondeva sicurezza e fiducia. 

Finalmente, dopo quattro giorni, aprii il trolley e mi misi a lavare le cose sporche. Non erano molte, ma iniziavano ad essere troppe.

La stanza era stupenda. La porta in alluminio dava direttamente su una strada secondaria, il soffitto era a volta in vecchi e sbiaditi mattoni, il letto era enorme, il mobilio era datato e non c’era l’armadio, il freezer non funzionava e il bagno era vecchiotto, ma ci piaceva così, era tutto coerente, sembrava di stare in una grande camera di un monastero. E la bellezza del giardino ripagava di tutto.

Il Sole non era ancora tramontato quando uscimmo a vedere il paese. Girammo per un vicolo in salita, svoltammo a destra e boom, uno spettacolo barocco di una bellezza rara si mostrava ai nostri occhi. Mentre a Siracusa fummo accecati dal candore del bianco, ora venivamo scaldati da tutte le tonalità possibili di arancione. I raggi del Sole, ormai ammorbiditi dalla loro discesa verso le tenebre, dipingevano tutti i monumenti e i palazzi intorno a noi. Immersi in quell’armonia e nella morbidezza delle sinuose curve levigate del marmo, continuammo a camminare a zonzo, senza una meta, senza sapere in quale direzione, fino a raggiungere, senza volerlo, il Duomo di Noto in tutto il suo splendore, lì, a sovrastarci dall’alto della sua scalinata e a giudicarci tutti, suoi sudditi inermi davanti a tanta bellezza. 
                           
Il proprietario del b&b ci aveva consigliato di andare a visitare la chiesa di Santa Chiara, ci disse che da lì avremmo avuto una vista molto suggestiva. Quando arrivammo a questa chiesa, un centinaio di metri dopo il Duomo, ci trovammo di fronte un edificio che definirei anonimo se paragonato al resto che ci circondava. All’inizio non capii il perché ci era stata consigliata quella chiesa. Entrammo un po’ scettici e ci trovammo in una bomboniera di porcellana, le pareti, le colonne, i soffitti, tutto sembrava esser stato modellato con la panna montata di Messina, era semplicemente bello. 
In fondo, vicino all’altare c’era un banchetto accanto a una porticina in legno scuro, dove pagare il biglietto per accedere ai piani superiori. Quella chiesa in passato era gestita dalle monache di clausura, il percorso (costato 2€) ci permetteva di percorrere le strettissime e ripide scale che portavano alle finestrelle dalle quali le suore potevano assistere alle funzioni religiose, senza venire mai a contatto con le altre persone. 
Salimmo altre due rampe, uscimmo in un piccolo terrazzo e imboccammo un’altra scalinata a chiocciola, tanto stretta da permettere il passaggio solo a una persona alla volta, fino a sbucare, improvvisamente, sul tetto piatto della chiesa. 
Avevamo tutto Noto ai nostri piedi. 
Di fronte a noi il Duomo era stato illuminato in maniera impeccabile, il corso principale attraversava il paese, i locali iniziavano ad animarsi e a riempirsi di gente. Ci sentimmo privilegiati di poter aver quel punto di vista così ampio. Se non fosse stato per il gestore delle stanze non avrei degnato nemmeno di uno sguardo quella piccola chiesetta e mi sarei perso uno spettacolo raro.

Noto - Sicilia - Duomo di Noto


Quando uscimmo dall’edificio, ancora inebriati da quella vista, ci trovammo davanti a tutt’altro mondo. Non eravamo più nella piccola, delicata, elegante cittadina di prima, no, un fiume di gente si era riversata nel corso pedonale, i locali avevano apparecchiato i tavoli fino in mezzo alla strada, bambini che correvano, ragazzi che cantavano, camerieri che gridavano, signore che spingevano per passare: era il caos. 
Incredulo dissi a Laura: “Ma cos’è tutto sto casino?!” lei fece spallucce e rispose: “Inizio ad avere parecchia fame, andiamo a mangiare.”
Trovare un posto libero fu un’odissea. Tutti i locali erano colmi di gente e avevano prenotazioni fino alle 22 e oltre. All’inizio prendemmo un po’ sottogamba questa cosa, tanto i ristoranti erano molti, i locali anche di più, ma poi iniziammo a ricevere rifiuti da tutti i ristoratori.

La stanchezza accumulata durante tutta la giornata bussava ormai al nostro fisico in modo preponderante, la fame aggravava questa situazione e tutta la confusione intorno a noi ci gettò quasi in uno stato di sconforto. Finalmente, riuscimmo a trovare un tavolino in uno dei locali che facevano il “pane cunzato”, cioè filoni di pane abbondantemente condito con olio e servito con un tagliere di salumi come accompagnamento. Essere solo in due fu la nostra fortuna, se fossimo stati una compagnia più numerosa avremmo dovuto aspettare molto più tempo, forse tutta sera.
Ero così stanco che rinunciai alla possibilità di godermi il giardino del b&b, andammo a dormire poco dopo, ormai esausti ma contenti.

Il giorno seguente ci presentammo per primi a fare colazione, e quando intendo per primi, intendo che non era nemmeno arrivato il personale addetto alle colazioni.
Pochi minuti dopo, mentre io ero serenamente stravaccato su uno dei divanetti in vimini a leggere, arrivarono le ragazze che iniziarono ad apparecchiare i tavolini, tutti ben distanziati tra di loro.
Durante la colazione si avvicinò il proprietario: “Buongiorno ragazzi, allora, quali sono i piani per oggi? Ditemi tutto”
Iniziammo a raccontare che avevamo un paio di dubbi e sul genere di posti che volevamo vedere. Guardò l’orologio e disse: “Allora, forse non è ancora troppo tardi, andate a Calamosche per la spiaggia, però dovete sbrigarvi perché è una riserva naturale e fanno entrare solo cinquecento persone alla volta. Se lì è pieno andate verso Sud a Vendicari, ma io vi consiglio la prima, ok? Poi, dicevate che volevate andare a Marzamemi, bene, ma è  inutile tornare qua. Dalla spiaggia andateci direttamente, vi do il numero di telefono di un mio amico che ha un ristorantino molto buono, però chiamatelo intorno alle 11, se no poi si riempie e non trovate posto. Ditegli che siete miei ospiti (non usò mai in due giorni la parola “clienti”) così un tavolo per due lo fa saltare fuori di sicuro, ok? Poi mi farebbe molto piacere farvi visitare casa mia, faccio fare il giro a tutte le persone che ci vengono a trovare, ma è meglio se lo facciamo domani così vi godete Calamosche.”

La colazione era stata buonissima, avevo fatto il bis di ricotta fresca e miele e avevo scoperto la dolcezza del gelèe al limone. La ricotta a colazione, dalla cassata di Siracusa, sarà un fil rouge che mi accompagnerà fino al mio ritorno a Milano, in tutte le forme e in tutti i gradi di sapidità.

Ci lavammo e mezz’oretta dopo eravamo a Calamosche.
L’ultimo tratto di strada era fortemente sconnesso e terroso, le auto sollevavano leggere nuvole polverose e, per questo, si andava molto piano. Arrivati all’ingresso della spiaggia c’erano due addetti con un tavolino e già una lunga fila indiana di persone. Chiesi a Laura se le andasse di mettersi in fila mentre io cercavo parcheggio. Mi spiaceva lasciarla lì da sola, ma il rischio di non rientrare nel numero prestabilito di persone era alto. Il parcheggio a pagamento era all’interno di un’ampia masseria, dove si poteva lasciare l’auto all’ombra dei numerosi e secolari ulivi. Quando tornai da Laura, avevamo ormai poche persone prima di noi. Pagammo l’ingresso, lasciammo i dati per le norme anti-Covid, e ci dirigemmo verso la spiaggia.

Tutto intono a noi era rosso, di quel colore dei mattoni appena sfornati, dei campi del Roland Garros, delle pubblicità di Terre d’Hermes, reso ancora più bello dal contrasto del cielo così turchese, tanto azzurro da risaltarsi a vicenda. Ci avevano avvisato che la spiaggia sarebbe stata a circa venti minuti di cammino. Erano circa le 9, e il caldo iniziava a scaldare la nostra pelle abituata al malato Sole lombardo. Molti intorno a noi aprirono gli ombrelloni e li usarono per proteggersi dai raggi, come satiriche caricature di giovani dame dell’Ottocento. 
La terra non rifletteva il calore del Sole, ma la sottile polvere che si alzava si avvinghiava senza pudore ai nostri pori accaldati e sudati, dandoci quella sensazione di asfissia. Il mare era ancora lontano, il caldo sempre più spregiudicato, l’ombra un raro miraggio. Infine, in lontananza, avvistammo la spiaggia. Era a qualche decina di metri di dislivello rispetto a noi, racchiusa tra due alte e scoscese scogliere che creavano una mezza luna a protezione di quella fine sabbia ambrata, raggiungibile da un’ampia scala, non troppo ripida. 

La spiaggia era già quasi tutta piena. Era stata sezionata in grossi quadrati, delimitati da piccoli paletti di bambù, quasi a rappresentare la staccionata dentro la quale ergere la propria temporanea casa di villeggiatura. 
Quando avevo ormai perso le speranze di trovare un posto libero vicino al mare, vidi due coppie di anziani signori che stavano chiudendo i loro ombrelloni, mi avvicinai rapidamente e mi confermarono che stavano andando via e che potevo occupare il loro posto. La posizione era perfetta. Proprio in prima fila, con nessuno davanti a noi a impossessarsi della brezza marina incanalata in quell’insenatura nascosta. I signori ci spiegarono che era loro abitudine venire lì a godersi l’alba e la pace di quel posto, chissà che spettacolo doveva esser stato.

Una volta posizionato tutto eravamo pronti per il primo bagno.
Questa volta la spiaggia, il mare, il Sole erano esattamente come me li aspettavo: calda, fine e intensa la prima, trasparente, tiepido e calmo il secondo, deciso, senza mezzi termini e arrogante il terzo.
Prima di partire da Noto avevamo fatto scorte di viveri per almeno tre pasti, quindi avevamo bomboloni per colazione, arancini per pranzo e pizza per merenda, tutto ben compresso nello zainetto-frigo, con le borracce d’acqua e le immancabili Coca zero. 

Fu una fortuna aver preso tutta quella roba, non avevamo nessun punto di ristoro per chilometri in tutte le direzioni, né acqua né cibo. La giornata passò tranquilla, pacifica, serena, per la prima volta da quando eravamo sbarcati in Sicilia avevamo tutta la giornata, o quasi, per il dolce far nulla, occupata solo dal relax. I muscoli delle gambe iniziavano a risentirne, avevamo fatto circa trentamila passi ogni giorno, con gli zaini in spalla, tra scalinate, salite e discese e ora i quadricipiti iniziavano a gridare vendetta. Quella giornata di pausa non bastò a farci recuperare le forze, ma fu sufficiente per capire che la scelta di fare quel viaggio era stata quella giusta. Avevamo tutto ciò che volevamo. Cultura, gastronomia, natura.

Quando decidemmo di lasciare la spiaggia non c’era più molta gente, avevamo finito tutte le scorte d’acqua e il tragitto per tornare alla macchina era lungo e quasi tutto sotto il Sole. Inoltre, Laura si era anche "leggermente" scottata grazie a una sua brillante idea. Proprio alle 13, sotto il Sole cocente si era voltata verso di me e mi aveva detto: “Io vado a farmi un giro sulla scogliera a vedere il panorama!”
La squadrai attonito: “Ci sono 40°, hai la pelle che sembri una norvegese ed è il tuo secondo giorno di mare. Stai tranquilla seduta un attimo.” 
Ma lei incurante dei miei consigli si era già alzata e si era avviata verso la scogliera opposta a quella dalla quale eravamo arrivati. Indispettito, la seguii per portarle almeno il cappello di paglia.
Dalla scogliera si diramavano una serie di sentieri tra i bassi e spinosi arbusti. Come previsto non c’era ombra a perdita d’occhio. Il calore era molto simile a quello di una sauna, intenso, secco, avvolgente. La scogliera non era levigata dal mare e dal vento, anzi, era aspra, tagliente, di quella roccia tipicamente vulcanica che ti taglia solo a guardarla. La passeggiata di mezz’oretta costò a Laura una scottatura su tutte le gambe e dietro al collo, dove la maglietta larga non poteva proteggerla, mentre a me conferì un caldo color ambrato. Io amo il Sole, e il Sole ama me.

Come previsto il rientro fu drammatico, ormai le gambe erano cotte, il fisico era debilitato per la giornata sfiancante sotto il Sole e in mare a nuotare, l’acqua era finita da un paio di ore e dovevamo ancora tornare alla macchina, farci la doccia all’aperto per toglierci di dosso sale e sabbia, cambiarci in auto per poi andare a cena a Marzamemi.  
Finalmente superammo i tornelli dell’entrata e una visione celestiale mi riempì gli occhi: un cartello colorato grande circa due metri con scritto “L’Oasi della Frutta”.

Io e Laura ci capimmo al volo e decidemmo di andare a vedere se qualcuno vendeva una vaschetta di macedonia e magari dell’acqua. Superammo il muro a secco e il cancello aperto e ci trovammo in una vera e propria oasi, fatta di alberi di limoni, ulivi, fili di luci appese tra un albero e l’altro, tavoli in plastica ombreggiati dagli ampi rami degli alberi, musica lounge in filodiffusione e un chiringuito di legno nel mezzo. Era il paradiso, non potevo desiderare altro. Mi avvicinai al banchetto, e come di consueto chiesi a loro cosa mi consigliassero: “Una bella fetta di anguria con sopra una spruzzata di limone e una limonata con acqua gasata e sale è l’ideale, fidatevi”.
“Mi scusi, il limone sopra l’anguria e il sale nella limonata? Non li ho mai provati… ma mi fido”
“Non ti preoccupare, vedrai che ti piaceranno e ti daranno tutti i sali minerali che avete perso in spiaggia. Tutto quello che serviamo è coltivato da noi, quindi non ci sono cose strane o pesticidi, è tutto biologico.”
Mi fidai e mi affidai. Il risultato? Feci il bis di tutto!

Rimanemmo a lungo seduti su quelle sedie, guardando il Sole che scendeva tra gli ulivi, l’unico motivo che ci spinse ad alzarci fu la prenotazione al ristorante, e così ci avviammo.
Ricordo sempre con grande piacere l’ora passata all’Oasi della Frutta, mi ricorda che in fondo mi basta così poco per essere in pace con me stesso.

Arrivammo a Marzamemi che era ormai buio. È famoso per essere un comune di pescatori, ma con il tempo, per assecondare il turismo, ha perso tutta la sua vera essenza. Mi sembrava di essere in Grecia, casette in tufo, vasi di fiori colorati, locali e neon luminosi. Andammo a vedere il locale che ci aveva consigliato il proprietario del b&b, ma non ci convinse molto, l’entrata era in un vicolo secondario dove non passava molta gente, mentre noi avremmo preferito cenare in piazza, ma ahimè tutti i locali erano già pieni e con prenotazioni fino alla chiusura. Non avendo alternative tornammo nel ristorante che ci era stato consigliato.

Entrammo, ci fecero passare in un corridoio stretto che infine si spalancò in un’ampia veranda fronte mare, lontano dal passaggio caotico dei turisti. Era il classico posto dove vai solo se lo conosci.
Il servizio fu clamoroso, accogliente, scrupoloso, coccolati dall’inizio alla fine. Ordinai dei calamari ripieni, senza troppe aspettative, ma si rivelò il piatto salato più buono che io abbia mangiato in tutta la vacanza.
Da Marzamemi porto con me solo questo, quel piatto di calamari ripieni, vi sembra poco? A me no. Era sublime, pieno di sapore, spregiudicato, tenero, profumato, mi viene ancora l'acquolina in bocca al pensiero... dovevo ordinarne due piatti, mannaggia a me!!

Tornammo a Noto, a fumarmi il mio amato sigaro, con un bicchiere di Averna, in quel fantastico giardino del nostro b&b.
Sarebbe stata la nostra ultima sera lì, l’indomani saremmo ripartiti per una nuova località.

Durante la colazione il gestore del b&b si sedette con noi e iniziammo a chiacchierare sui piani della giornata. Lo ringraziammo per i consigli del giorno prima, sia per la spiaggia che per il ristorante.

“Oggi dovremmo andare a visitare Caltagirone e poi arrivare ad Agrigento prima di sera, ma il mare qui è davvero bello! Dove potremmo andare a fare un’altra mezza giornata senza allontanarci troppo?”
“Siete sicuri di voler fare mare? – rispose dubbioso – è lontano Caltagirone da qua, e poi arrivare ad Agrigento è una bella mazzata! Però se proprio volete, a Noto Lido c’è un mio amico che ha in gestione una spiaggia, è a dieci minuti da qui.”

Questa volta ero un po' dubbioso, volevamo il mare visto il giorno prima, ma l'oste, quasi leggendo i miei pensieri, riprese: “Tanto il mare è sempre quello! Tra Noto Lido e Calamosche ci sono dieci, quindici chilometri di differenza, il mare quello è, le spiagge sono lunghissime, ci sono i ristoranti se volete mangiare qualcosa prima di ripartire, ci sono le docce, ci sono le spiagge libere, c'è tutto. Se volete andare al mare oggi, quello è il posto giusto, così fate le cose con calma. Allora, finite di mangiare che poi vi faccio fare un giro a casa, ci tengo a farvela vedere.”
Tutte le volte che avevo dubitato dei sui consigli poi me ne ero ricreduto, quindi che Noto Lido sia!

Facemmo la tanto decantata visita alla casa del gestore con un’altra coppia di ragazzi, nostri coetanei.
Le stanze, seppur abitate, venivano tenute come un mausoleo, tutti gli arredamenti, i soprammobili, la carta da parati erano quelli originali dell’Ottocento, le foto, la laurea del nonno, la macchina da cucire, gli abiti in mostra. Mentre giravamo per le stanze il sapiente cicerone ci decantava la storia dei suoi avi, i primi medici della provincia, ci trasportava con lui in epoche lontane, e lo faceva con grazia e leggerezza. Fu molto piacevole ascoltare quelle storie.

Poco dopo eravamo in spiaggia a Noto. Era immensa, spiagge libere e attrezzate si susseguivano, la sabbia era più carica di colore rispetto a quella del giorno prima, ma il mare era lo stesso. Rimanemmo a poltrire per qualche ora, leggendo, ascoltando musica, giocando a racchettoni in riva. All’inizio l’idea era quella di pranzare a Caltagirone, ma non riuscimmo a staccarci dalla bellezza di quella giornata, così decidemmo di mangiare un panino (che poi si trasformò in un arancino appena fritto al formaggio fuso e prosciutto) in riva al mare, e ripartire verso le 13.

Lasciare Noto ci dispiacque molto, nella mia personalissima classifica era di gran lunga la città più bella visitata in Sicilia, premiata rispetto a Siracusa solo per via del mare splendido. 

Ma avrei dubitato di questa mia convinzione molto presto...


Stavo adorando questo viaggio, e non eravamo nemmeno a metà!




(a seguire Capitolo 7 - Profumo di Storia)


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